Una miniserie in quattro episodi ricostruisce gli ultimi due anni di vita del magistrato siciliano, la storia di un uomo diventato simbolo della lotta alla criminalità organizzata.
Ci sono storie che continuano a essere vive nel presente. Quella di Rosario Livatino, il magistrato ucciso dalla mafia il 21 settembre 1990, è una di queste. La RAI con Michele Placido la portano sullo schermo con Il giudice e i suoi assassini, miniserie che ripercorre gli ultimi due anni di vita del giudice agrigentino, mettendo a confronto la sua determinazione professionale con il mondo di violenza e ambizione che ne decretò la morte.
Realizzata in coproduzione da Rai Fiction, Goldenart Production e Rai Com, l’opera è articolata in quattro episodi e va in onda su Rai 1 e RaiPlay il 9 e 10 novembre. Placido firma la regia e la sceneggiatura insieme ad Angelo Pasquini e Fidel Signorile. Nel cast, Giuseppe De Domenico interpreta Livatino, Leonardo Maltese è Tano, Nino Frassica veste i panni del padre Vincenzo, Michela De Rossi interpreta Nina Russo e Ninni Bruschetta è Giuseppe Campisi. Partecipano inoltre David Coco, nel ruolo di Paolo Borsellino, e Beniamino Marcone, in quello di Giovanni Falcone.
Un magistrato contro il potere mafioso
La vicenda si svolge nella Sicilia agrigentina della fine degli anni Ottanta, attraversata dagli scontri tra Cosa Nostra e nuove organizzazioni criminali. Livatino è un magistrato giovane, riservato e rigoroso, consapevole che per contrastare la mafia non bastano le condanne: occorre colpirne anche i patrimoni, gli interessi economici e il controllo del territorio.
Le sue indagini mettono in discussione equilibri consolidati e interessi potenti, esponendolo a minacce e isolamento. Accanto all’attività giudiziaria emerge la dimensione privata di un uomo profondamente legato ai genitori, sostenuto dall’amico e collega Roberto Rizzo e dal maresciallo Giuliano Guazzelli. Il rapporto con Nina, giovane insegnante, gli apre inoltre la possibilità di una vita sentimentale e familiare, destinata a scontrarsi con i rischi della sua missione.
La parabola criminale degli stiddari
Parallelamente, Placido racconta l’ascesa dei giovani appartenenti alla Stidda agrigentina. Cresciuti in contesti difficili, questi ragazzi cercano nella criminalità una forma di riscatto, inseguendo denaro, rispetto e appartenenza. La violenza diventa per loro uno strumento per conquistare un posto nel mondo, ma finisce per trasformarsi in una trappola.
Al centro di questo percorso c’è Tano, interpretato da Leonardo Maltese. Introverso e intelligente, il giovane cerca nella famiglia criminale il riconoscimento che gli è mancato. Il suo progressivo coinvolgimento negli affari del gruppo lo conduce verso un destino tragico.
Il confronto tra Livatino e i suoi futuri assassini rappresenta uno degli elementi centrali della miniserie: da una parte la fiducia nella legge, dall’altra l’illusione che la sopraffazione possa garantire emancipazione. Due percorsi destinati a incrociarsi in una tragedia che rivela anche il potere della mafia di condizionare l’economia e la vita sociale.
Una storia ancora sentita presente
Il racconto culmina nell’agguato del 21 settembre 1990, quando Livatino viene assassinato a soli 37 anni. La sua morte non cancella il valore della sua testimonianza: nel 2021 il magistrato è stato proclamato beato dalla Chiesa cattolica, primo giudice nella storia a ricevere questo riconoscimento.
La regia di Michele Placido richiama la tradizione del cinema civile di Francesco Rosi e sceglie di raccontare insieme la figura del magistrato e quella dei suoi assassini, senza separare la dimensione pubblica da quella umana.
Il giudice e i suoi assassini restituisce così il ritratto di un uomo che ha affrontato il proprio tempo senza rinunciare ai suoi principi. Attraverso la sua storia e quella dei giovani inghiottiti dalla criminalità, la miniserie mostra il prezzo delle scelte individuali e le conseguenze di un sistema fondato sulla paura, offrendo uno sguardo su una pagina della storia italiana la cui memoria resta essenziale.
La Carta si fonda su cinque principi: «La libertà si governa. La persona è il fine. Il merito è equità. La fiducia si costruisce. Il futuro si guida». Valori che si traducono in un impegno concreto per il rispetto delle regole, la valorizzazione delle persone, la trasparenza dei criteri di merito e l’investimento nella formazione.









